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    Il linguaggio poetico non può mentire

    Il sommario della conferenza che ho tenuto il 1° Giugno a Bologna, nell’ambito del VI Raduno Nazionale Anobii

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    La forza perlocutoria del linguaggio

    1.     Un ragionamento sul linguaggio si pone obbligatoriamente in forma preliminare; non essendoci qui la possibilità mi limiterò ad appunti parziali e stenografici iniziando preliminarmente da questo:

    nulla si compie se non s’apre bocca. (Euripide, Supplici)

    2.     tutto ciò che noi facciamo si basa sul linguaggio ordinario: dalle discussioni col nostro coniuge ai dibattiti politici, la comprensione e l’esecuzione delle nostre mansioni professionali, lo studio e il progresso scientifico, la descrizione dei nostri malesseri al medico, la dimostrazione del principio di Euclide… Senza linguaggio non esisterebbe la nostra civiltà, la nostra società e neppure la nostra scienza, visto che il linguaggio scientifico deriva interamente da quello ordinario;

    3.     ma il linguaggio non è collegato all’azione solo come sua descrizione, ma come sua scaturigine. Il linguaggio non è mai mera “comunicazione” ma cambia il mondo attorno a noi. È ciò che i linguisti chiamano “perlocuzione”, ovvero il fatto che ci sono conseguenze pratiche a ogni nostra parola. Esempi:

    “Vuoi tu prendere in moglie…” “Sì!” (quel ‘Sì’ non è solo una parola, cambia lo status coniugale di una persona, il suo ruolo sociale, i suoi contratti giuridici);

    “Ho sempre pensato tu fossi un fallito!” (inutile poi cercare di far pace dicendo “Ma no, non dicevo sul serio…”

    4.     Il tema della perlocuzione ha a che fare con quello del potere. Se la parola cambia il mondo, allora chi “detiene” le parole comanda il mondo, come ci ricordò don Milani in Lettera a una professoressa quando scrisse: “L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone”.

    - […] Questo è gloria per te!

    - Non capisco cosa intenda per “gloria”, - disse Alice

    Tappo Tombo [Humpty Dumpty] sorrise sprezzantemente. – E’ naturale che tu non capisca… finché non te lo spiegherò io. Significa: “Questo è un ragionamento schiacciante per te!”

    - Ma “gloria” non significa “ragionamento schiacciante”, - obiettò Alice.

    - Quando io adopero una parola, - disse Tappo Tombo, in tono piuttosto sdegnoso, - significa esattamente quel che ho scelto di fargli significare… né più né meno.

    - La questione è, - disse Alice, - se lei può fare in modo che le parole significhino le cose più disparate.

    - La questione è, - disse Tappo Tombo, - chi è il padrone… ecco tutto.

    (Lewis Carrol, Al di là dello specchio (e quel che Alice vi trovò)

    5.     D’altronde ricordiamo che “In principio era la Parola e la Parola era con il Dio e Dio era la Parola. Egli (la Parola) era nel principio con Dio. Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui (la Parola), e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta” (Giovanni 1,1-4). E questa Parola è Cristo, cioè la manifestazione temporale, concreta, della volontà divina di cambiare il mondo.

    6.     Da sempre la parola è accompagnata dalla consapevolezza della sua forza perlocutoria. In tutte le religioni e in tutto quello che Ernesto De Martino chiama “Il mondo magico”. Lo sguardo è fascinazione, ma la parola è magia. E magia, mito, religione e poesia si fondono – in tutte le popolazioni antiche, in quelle arcaico-rurali – in un unicum, come ha mirabilmente indicato la grande antropologa Anita Seppilli nel suo splendido Poesia e magia.

    L’aura dell’opera d’arte

    7.     Nel 1936 Walter Benjamin pubblica L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, in cui descrive la perdita dell’aura nelle copie d’arte come accade nella fotografia e fonografia (aura, un elemento mistico dovuto anche alle origini religiose dell’arte – vedi paragrafo precedente).

    8.     Diverso, per Benjamin, il cinema e l’avvento della cultura di massa, che riducono l’aura a favore di una conoscenza più diffusa dell’arte.

    9.     Benjamin non parla della poesia, e del linguaggio poetico in generale, che sono più simili al primo caso (unicità dell’opera) che al secondo (opera in quanto riproduzione). Ciò avviene per due fattori: i) la parola (anche scritta e letta silenziosamente) echeggia nella nostra mente sempre in forma originale, nasce nel momento che viene pronunciata (o letta); ii) la parola ha a che fare con la sua interpretazione, non avrebbe senso altrimenti. Ma ogni interpretazione riguarda l’atto creativo del senso, che è momento magico come quello che induce l’aura.

    Esempio personale: l’estraniazione empatica a teatro, nel caso di Buazzelli in Morte di un commesso viaggiatore

    Il linguaggio serve per mentire

    10. è nell’esperienza di noi tutti la quantità di limiti del linguaggio ordinario: capire fischi per fiaschi – per utilizzare un detto popolare – capita di frequente. I limiti del linguaggio ordinario, il perché si capiscano sovente fischi per fiaschi, deve essere ben compreso prima di procedere nel ragionamento.

    Gli stupidi infatti di ogni cosa hanno ammirazione e amore

    che scorgano nascondersi al di sotto delle parole,

    e stabiliscono essere vere le cose che in modo carino possan toccare

    l’udito, e siano imbellettate da suono grazioso.

    (Lucrezio, De rerum natura)

    11. Delle numerose problematiche che investono il linguaggio occorre dar conto almeno di queste:

    ·       Noi pensiamo (e quindi concepiamo) solo ciò che le parole che possediamo sono in grado di farci esprimere (Luria, 1976; Vygotskij, 1934-1992).

    ·       Le parole, e i linguaggi in generale, sono intrinsecamente ambigui (Russell, 1923; Eco, 1976).

    ·       Vi è una corrispondenza imperfetta fra struttura del linguaggio e significato, e fra oggetto percepito, significato che gli viene attribuito, descrizione del referente (Cicourel, 1964).

    12. Anche solo questi pochi punti sono sufficienti a far comprendere come il linguaggio, ancorché indispensabile, sia il veicolo degli errori, delle ambiguità, delle menzogne, degli equivoci di cui è costellata la nostra vita di animali sociali e comunicatori.

    13. Questa “imperfezione” del linguaggio appare via via più evidente man mano che da questioni semplici, operative, standardizzate, passiamo a problemi più complessi anche se ancora operativi (esempio: descrivere solo a parole come ci si allacciano le scarpe) e infine a questioni astratte, che riguardano concetti generali, sentimenti.

    14. Una piccola dimostrazione dell’imperfezione del linguaggio. Benché ci siano dimostrazioni empiriche interessantissime sull’ambiguità di termini banali come |sedia| (se ne avete voglia leggete questo il bel libro di Marradi e Fobert Veutro, Sai dirmi cos’è una sedia?, Bonanno editore), credo meglio passare subito ai concetti “pesanti” come per esempio |amore|. Ma non vi spiego io l’ambiguità intrinseca di questa parola deliziosa e lascio esprimersi Ronald Laing, famoso psichiatra scozzese anticonvenzionale che si è divertito a scrivere delle “poesie” come questa, che si intitola, appunto, Mi ami?

    LEI  mi ami?


    LUI  sì ti amo


    LEI  più di tutto?


    LUI  sì più di tutto


    LEI  più di tutto al mondo?


    LUI  sì più di tutto al mondo


    LEI  ti piaccio?


    LUI  sì mi piaci


    LEI  ti piace stare vicino a me?


    LUI  sì mi piace stare vicino a te


    LEI  ti piace guardarmi?


    LUI  sì mi piace guardarti


    LEI  pensi che io sia stupida?


    LUI  no non penso che tu sia stupida


    LEI  pensi che io sia carina?


    LUI  sì penso che tu sia carina


    LEI  ti annoio?


    LUI  no non mi annoi


    LEI  ti piacciono le mie sopracciglia?


    LUI  si mi piacciono le tue sopracciglia


    LEI  molto?


    LUI  molto


    LEI  quale ti piace di più?


    LUI  se dico quale l’altra sarà gelosa


    LEI  lo devi dire


    LUI  sono tutt’e due squisite


    LEI  davvero?


    LUI  davvero


    LEI  ho delle belle ciglia?


    LUI  sì delle ciglia bellissime


    LEI  ti piace annusarmi?


    LUI  sì mi piace annusarti


    LEI  ti piace il mio profumo?


    LUI  sì mi piace il tuo profumo


    LEI  pensi che io abbia buon gusto?


    LUI  sì penso che tu abbia buon gusto


    LEI  pensi che abbia del talento?


    LUI  sì penso che tu abbia del talento


    LEI  non pensi che io sia pigra?


    LUI  no non penso che tu sia pigra


    LEI  ti piace toccarmi?


    LUI  sì mi piace toccarti


    LEI  pensi che io sia buffa?


    LUI  solo in un modo simpatico


    LEI  stai ridendo di me?


    LUI  no non sto ridendo di te


    LEI  mi ami davvero?


    LUI  sì ti amo davvero


    LEI  dì “TI AMO”


    LUI  ti amo


    LEI  hai voglia di abbracciarmi?


    LUI  sì ho voglia di abbracciarti, e stringerti, e coccolarti, e amoreggiare con te


    LEI  va tutto bene?


    LUI  sì va tutto bene


    LEI  giura che non mi lascerai mai?


    LUI  giuro che non ti lascerò mai, mi faccio una croce sul cuore e che possa morire se non dico la verità

     

    (pausa)

     

    LEI  mi ami davvero?

    Il linguaggio poetico non mente. Mai

    15. La differenza fra significato e senso. Il linguaggio ingloba due principali funzioni, una chiamata denotativa e una seconda connotativa. Denotazione e connotazione hanno ha che fare, rispettivamente, con significato e senso.

    16. Il significato di |amore| è quello che trovate su un dizionario e sulla Wikipedia, dalla quale traggo:

    L’amore è un sentimento intenso e profondo di affetto, simpatia e adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto o verso un concetto, un ideale. Oppure, può venire definito sotto un altro punto di vista (scientifico), un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.

    Non vi sognereste mai di declinare in questo modo il vostro amore all’amat*, giusto?

    A lei/lui dite invece paroline dolci, cercate metafore, iperboli amorose… e finite nel dialogo precedente! Se cercate di spiegare il vostro amore, se cercate di definirlo, usate il registro denotativo che non vi aiuta affatto.

    17. Il “senso” di amore (l’elemento connotativo) è quello invece che ha a che fare con le vostre emozioni, con la sfera psico-affettiva. Quando lei/lui vi dice languidamente “Amore…” e percepite le farfalle nelle budella o – come descrive Hemingway in Per chi suona la campana – sentite tremare il mondo, non avete necessità di una definizione tecnica di |amore|, avete capito senza bisogno di dizionario. Anzi: se avete bisogno di una maggiore spiegazione, come la LEI del precedente dialogo, beh… vuole dire che le farfalle non le avete sentite, che forse non c’è tanto amore nell’aria…

    18. Un esempio diverso: a volte il linguaggio ha bisogno di meno parole, e preferisce le allusioni, i riferimenti contestuali (deissi), le parafrasi, l’uso di strumenti retorici.

    Parlavamo spesso di tori e toreri. Io scendevo al Montoya da parecchi anni. Non parlavamo mai molto a lungo. Era puramente il piacere di scoprire ciò che sentiva ciascuno di noi. […] mi fermai a parlare con Montoya.

    “Be’, le sono piaciuti i tori?” domandò.

    “Parecchio. Erano bei tori.”

    “Sono discreti” – Montoya scosse il capo – “ma non sono molto bravi.”

    “Cosa non le è piaciuto il loro?”

    “Non so. E’ che non mi hanno dato la sensazione di essere tanto bravi.”

    “Capisco cosa intende.”

    “Ma sono discreti.”

    “Sì. Sono discreti.”

    (Hemingway, Fiesta)

    19. Perché il linguaggio poetico dice sempre la verità? Perché è puramente connotativo. Il poeta (in senso lato: riguarda poesia, prosa, epica e si avvicina molto alla magia, alla religione… ma questo ci porterebbe troppo lontano) riesce ad esprimere (con le parole!) sentimenti profondi che toccano in noi delle corde sensibili. E – attenzione – a ognuno tocca corde diverse, a ognuno le sue (questa è una conseguenza della connotazione), e quindi non può mentire per definizione, perché la poesia dice a me qualcosa di profondo per me, che può essere differente da ciò che dice a voi toccando nel profondo voi (ma questo non potremo saperlo mai con certezza matematica, altra proprietà del “senso” rispetto al “significato”!).

    20. Il linguaggio poetico non “spiega” al nostro cervello (funzione denotativa, equivocabile per le ragione dette precedentemente) ma sollecita il nostro cuore, la nostra anima, dite come volete.

    21. E’ questo che differenzia una grande poesia da un esercizio adolescenziale, un grande romanzo da uno dozzinale. Possiamo benissimo leggere un romanzetto in treno, essere appassionati – che so? – di fantascienza o di thriller… ma il piacere che ci danno è mentale. Ci piace lo sviluppo, la trama, il colpo di scena finale… Non ci scuotono però nel profondo. Quando leggiamo, invece, La strada di McCarthy, non leggiamo solo “una storia” post apocalittica, ma viviamo un intensissimo sentimento padre-figlio, una disperazione struggente che ci coinvolge… La storia ci piace, certo, ma il coinvolgimento psicologico ed emotivo, indubbiamente diverso da lettore e lettore, riguarda il senso espresso dal linguaggio, e ha a che fare con la poesia, con la connotazione, con l’irripetibilità dei momenti.

    22. Esempio del lungo viaggio drammatico, nella Masseria delle allodole di Antonia Arslan e il pellegrinaggio a Roma nel Peccatore innocente di laura Mancinelli.

    23. Esempio di linguaggio poetico che non ha ‘significato’ ma solo ‘senso’:

    La donna colorata correva nel mondo veloce donando i suoi verdi lucenti, opachi, intensi e lievi, pastello, malva, brillanti, scuri come il fondo del mare, impercettibili come le ali delle libellule, sorridendo allo spettacolo vitale della natura che creava, con le mille e mille foglie dei mille e mille alberi ai quali il lieve tocco delle sue dita imponeva il magico colore della linfa vegetale.

    Oh quanto amava il verde, la donna colorata!

    Il verde argentato dell’olivo struggente, il verde degli occhi di Sara che facevano impazzire il ragazzo del piano di sotto, il verde smeraldino della pelle rugosa dei gechi che correvano sulle pareti della casa fra i castani, là a Cefalù, e quello scuro e ormai opaco di certe vecchie case di legno a Boston, cadenti e piene di storia, dove erano cresciuti bambini felici che non c’erano più, il verde scuro delle alghe che si intrecciavano alle reti dei pescatori tunisini e quello pallido dei piselli sbucciati a mano dalla zia Dolores a primavera.

    La donna colorata correva, volava, scivolava senza posa nei viottoli di Macao, nella baia di Buenos Aires, nelle montagne alpine tappezzate di pini, nelle case dei vecchi soli e nelle lunghe autostrade americane e dispensava il verde dei lecci, degli olmi e degli abeti, il verde degli smeraldi, dei serpenti che strisciavano senza posa alla ricerca di una preda, e sorridendo teneramente il verde appariva nei favolosi scarabei, nelle bandiere arabe, nelle piume degli uccelli del Serengeti, nella vecchia stufa di ghisa smaltata che scaldava le mani del giovane poeta,

    e tutti i verdi rinnovavano il loro splendore grazie alla generosità della donna colorata.

    La donna colorata percorreva il mondo sicura dispensando i suoi rossi infuocati, rabbiosi, teneri e appassionati, mattone, ruggine, rosati e brillanti, gioiosi come le labbra del fanciullo che guardava le rosse fragole che avrebbe divorato, profumati come i capelli di Elisa e terrificanti come il fuoco dell’Etna, eccitata dal fulgore del rosso, dal suo dramma, dalla sua semplicità disarmante.

    Oh, amava immensamente il rosso, la donna colorata!

    Il tramonto dietro le colline del Perugino, rossoviolarosatofiammeggiante, la Città Proibita di Pechino rossa di imperiale austerità, i tetti dell’Avana venduti dal pittore in attesa di compratori al Paseo, le melegrane del giardino di Anna (che erano state verdi!) coi tanti piccoli cuori rossi trasparenti, la coperta rossa, che era stata rossa, di Luis che cercava di addormentarsi nella notte di inverno, i rossi canditi della torta di compleanno e le piume sul petto del piccolo passero, le facce rosse degli Indians di Cleveland e il rosso, il rosso, il rosso palpitante dell’amore e dei suoi sospiri.

    La donna colorata turbinava, piroettava, saltava senza freni penetrando i cuori posseduti dal Grande Ideale, attraversando le facciate rosse delle calli di Burano, accarezzando la macchina che non perdeva mai, e ridendo dell’ingenuo rosso del pastello del bambino, e piangendo del sangue prima dell’ultimo respiro dell’uomo riverso sul marciapiede, e sorridendo del primo sangue della fanciulla, ed occhieggiando la distesa di papaveri nelle campagne di Siviglia, e sospirando al rosa nastro appeso alla porta dei giovani sposi,

    e tutti i rossi annunciavano l’energia e l’audacia della donna colorata.

    La donna colorata fluttuava nei blu immensi del vasto mondo elargendo a piene mani i blu, gli azzurri, i celesti, gli indaco del vasto mare schiumoso misterioso amico infido meraviglioso rinnovando il riposo dei mille e mille marinai micenei cretesi romani egizi fenici cinesi maori, e dei loro discendenti di tutti i commerci, delle esplorazioni, delle guerre, che nel rinnovato blu della loro ultima dimora trovavano quiete pace riposo consolazione, e negli infiniti celesti, azzurrini, blu e blu e bluquasineri del cielo punteggiato di stelle, rivestito di nubi, abbagliato dal sole e corteggiato dalla luna.

    Oh, quanto era faticoso il blu per la donna colorata, e quanto lei l’amava!

    La donna colorata veleggiava, penetrava, sfiorava senza fretta e senza fatica lasciando teneri blu negli occhi sensuali di Ivan, nel lungo fiume pescoso, nelle divise dei legionari nel deserto, nel vestitino strappato della bambola che Irene tiene fra le braccia, nella trama del tappeto persiano, nei petali del fiordaliso e del nontiscordardimé, nella bella giacca nuova del neo assunto, nella coda del pavone, e quei blu sfuggenti, intriganti, che innamorati del rosso e trasformandosi in violetti saltavano furbi fra i tramonti, gli arcobaleni, i fiori, i pesci tropicali, godendo del doppio amore della donna colorata,

    e tutti i blu e tutte le sfumature del blu, e tutte le ambiguità del blu vivificavano il mondo grazie all’amore della donna colorata.

    La donna colorata camminava ignota per le strade di Manhattan osservando l’uomo nero nella limousine nera che lentamente passava per Times Square, e il suo sguardo torbido rivolto alle due donne sedute davanti a lui nei vestiti rossi seducenti, e la catena d’oro luccicante che lanciava fiammate di cattiveria. Altre macchine si incrociavano rifluendo verso la Quinta, dove un gruppo di giovani giocolieri di strada lanciava palle rosse, gialle, bianche e verdi in acrobazie che non interessavano alcuno dei passanti, manager con cravatte rosse, punk con capelli verdi, donne con vestiti gialli, persone con la pelle gialla nera grigia rossa ocra oliva che andavano su, giù, a destra e a sinistra in un ingorgo di anime che trascinava i loro colori tutti donati dalla donna colorata. In un angolo una giovane praticava neri tatuaggi con l’henné, mentre dai tombini delle strade laterali un vapore grigio saliva verso il cielo. Un barbone senza colori e senza sguardo si accasciava poco lontano.

    La donna colorata sedeva languida sulla spiaggia rossa di Santorini, bagnata dai violenti flussi del mare schiumoso che si infrangeva sui neri ciottoli dove la ragazza col due pezzi bianco si faceva fotografare dal rumoroso giovanotto irlandese coi capelli ramati. Nella vicina chiesetta ortodossa bianca e celeste turisti distratti guardavano frettolosamente le icone dorate, mentre il chiosco offriva bibite in bicchieri gialli.

    Ah, i gialli! Da quelli pallidi della luna all’orizzonte a quelli luminosi dei cesti di limoni siciliani, il giallo dei campi di grano maturo e dei girasole, dei canarini, della tazza da caffelatte di Michele, del sole accecante e del miele goloso, il giallo del prezioso zafferano dell’altopiano di Norcia e del prezioso metallo delle miniere dell’Orange.

    Oh, quanto il giallo divertiva la donna colorata!

    Il giallo del deserto, il giallo del grosso becco del tucano, quello dei capelli di Deborah, il giallo il giallo della birra schiumosa che scorreva a fiumi nell’Oktoberfest e quello della coperta egiziana comperata nel mercatino, il giallo il giallo – che allegria! – del cappellino conico del pagliaccio, del palloncino del bimbo che lo guarda e sta ridendo e il palloncino gli sfugge e il bambino piangerà, piange, ma tutto passa e il giallo è luminoso, è la luce, è la speranza,

    e tutti i gialli, presenti e passati e volati in cielo davano energia al mondo grazie alla donna colorata.

    E l’indaco, il pervinca, il cinerino, malva, ciano, arancione, ocra, le sfumature verdi della giada e le tonalità rugginose del marrone, il bianco che non è mai bianco ma infiniti bianchi, e il nero con tutte le gradazioni del grigio, e tutti i colori senza nome che sono infiniti come i desideri degli uomini.

    Li amava tutti, la donna colorata, che attraversava il mondo dando vita e sapore all’esistenza colorando i sogni come le infinite realtà cangianti delle esistenze umane.

    I suoi colori fluivano senza posa dalle sue dita, e il rosso si mescolava al bianco, al giallo e al blu trasformandosi – oh magia! – in rosa, arancio e viola, e il giallo si mescolava al rosso, al bianco e al verde trasformandosi in ocra, paglierino e in un verdolino commovente che tanto risaltava sotto le gote granata di Ester. Tutti i colori fluivano, si mischiavano, cangiavano e la donna colorata correva e correva, saltava e piroettava, rideva e colorava e nulla chiedeva, e nulla vedeva, e nulla cercava.

    (Claudio Bezzi, La donna colorata)

    24. Quindi: “L’oggetto dell’artista è la creazione del bello. Che cosa sia il bello, è un altro problema” (James Joyce, Dedalus: ritratto dell’artista da giovane)

    (2 Giugno 2013)

    Note

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